Guida all’immaginario nerd

guidaUn libro controverso. Credo sia nella natura umana, al momento di dare un giudizio su qualcosa, lo scontrarsi con l’aspettativa che su di questa ci si era creati. Ebbene, da un libro che si propone di essere una “Guida all’immaginario nerd” mi aspettavo qualcosa di diverso. La parola “guida” suggerisce la volontà di accompagnare un neofita, o semplicemente un curioso, in una dimensione a lui sconosciuta, in questo caso quella dell’immaginario nerd che è, in tutte le sfumature in cui si può declinare, tutto sommato, una branca della cultura pop. Ciò premesso, volendo parafrasare il titolo, mi sarei aspettata, più o meno, un compendio di una certa parte di cultura popolare degli ultimi decenni (con le dovute incursioni in epoche precedenti). L’opera non tradisce completamente questa missione, anzi, con cinque punti di vista messi a disposizione da altrettanti autori disegna un quadro piuttosto complesso e abbastanza esaustivo di quello che può essere effettivamente un “immaginario nerd”, considerato che il lavoro ha un suo taglio specifico e non si riprometteva di analizzare tutto lo scibile ascrivibile a quell’universo. La mia delusione circa quest’opera deriva piuttosto dalla sensazione che in numerosi passaggi ci sia stata un’accurata ricerca di involuzione, uno sforzo di rendere l’opera pesante e di difficile comprensione. Leggendo ho avuto spesso la sensazione che a parlarmi fosse il nerd antipatico della classe, non quello impacciato e tenero con la fissa per i pc, ma quello pedante, arrogante e saccente che effettivamente la voglia di fargli qualche angheria te la faceva salire (ma tu non lo facevi perché sei una persona buona e civile). Come ho premesso, è di cultura pop che stiamo parlando, per cui probabilmente un po’ di pomposità si sarebbe potuta lasciare a casa, come dimostrato da Alessandro Lolli e Irene Rubino, autori degli ultimi due, e a mio parere più gradevoli, saggi. Negli altri ho trovato, quando più quando meno, come una sottile volontà escludente, che passa dal segnare un confine tra “nerdismo” e “nostalgismo”, a qualche leggera sfumatura velatamente misogina, componente peraltro troppo spesso connaturata all’ambiente nerd, come esaustivamente raccontato proprio da Lolli e Rubino. Insomma, chiaramente è della mia personalissima opinione che stiamo parlando, ma c’è stato un momento in cui ho avuto il desiderio di chiudere il libro, scrivere una pessima recensione e poi darlo alle fiamme.

Non l’ho fatto, dal momento che non sono in grado di non terminare un libro di cui abbia letto più di 20 pagine, come d’altra parte suppongo la maggior parte delle persone che leggeranno questa recensione, e devo dire per fortuna. Per fortuna perché, come ho già detto, i contributi che ho apprezzato di più si trovavano alla fine, e proprio grazie a questi ho dato una seconda possibilità a quei passaggi che mi avevano infastidita oltremodo. Rileggendoli con una disposizione d’animo più favorevole li ho trovati meno odiosi e chiudo questa lettura con un bilancio complessivamente positivo, ma la consiglierei?

Non so. È vero che alla fine mi sono sentita, tutto sommato, soddisfatta, ma è vero anche che non credo che questa sia un’opera essenziale. È vero anche che probabilmente, antologizzando la cultura nerd, assurta ormai a componente fondamentale della cultura generale dei nostri tempi, colma un vuoto editoriale sulla materia (che io sappia non ci sono ancora altre pubblicazioni che si siano occupate di trattare in modo quasi enciclopedico i vari aspetti della “nerdiness”, almeno sul mercato italiano). È vero, d’altra parte, che la lettura risulta, a mio parere, molto meno godibile di quello che sarebbe auspicabile considerata la materia, e il prezzo non è propriamente irrilevante ai fini del mio giudizio. Il volume costa infatti 25 euro e, tutto considerato, forse tornando indietro non ce li rispenderei.

A voi l’ardua sentenza. Un abbraccio.

Piccola grande isola

Bryson

Traduzione italiana di Isabella C. Blum fatta per Tea del libro The Road to Little Dribbling. More Notes from a Small Island, di Bill Bryson. Il libro è il sequel, a distanza di vent’anni, di Notes from a Small Island (uscito in italia come Notizie da un’isoletta), che non ho ancora letto, anche se immagino recupererò a breve (è già nella mia libreria). Piccola grande isola, infatti, mi è stato regalato da un mio parente che vive a Londra da parecchi anni e me lo ha presentato come ‘spassoso’. Prima, per mia gravissima colpa, non conoscevo affatto Bryson.

Non so se mi sentirei di definirlo ‘spassoso’, di sicuro la narrazione è pervasa di ironia, sarcasmo e humor inglese, sebbene l’autore sia inglese solo di adozione. Bryson ci racconta del suo viaggio lungo la “Bryson Line”, una linea immaginaria tracciata dall’autore stesso e che taglia la Gran Bretagna attraversandola dalla sua estremità più a sud fino a quella più a nord. Bryson ci presenta un paese un po’ diverso da quello presente nell’immaginario collettivo e con l’occasione ci fa riflettere sulle assurdità e i paradossi dei nostri tempi.

Se nella mia prima recensione vi ho raccontato del libro di Alec Ross, Il nostro futuro, che è sostanzialmente un inno al progresso e un invito ad affrontare con entusiasmo le sfide a venire, ora vi presento un punto di vista diametralmente opposto e, devo aggiungere, a me più congeniale.

In queste pagine si trova l’assurdità di un progresso vuoto, che ci fa perlopiù doni che non sappiamo sfruttare, la spaventosa prospettiva del nuovo che avanza trascinando via il bello, l’inquietudine di un’umanità che cammina in avanti ma con gli occhi bendati, senza rendersi conto di cosa abbia realmente valore.

Ma soprattutto ci racconta con una passione travolgente delle bellezze di questa “piccola grande isola”. Aneddoti improbabili, storie commoventi, paesaggi mozzafiato e reperti archeologici si alternano, lasciandoci con un grande desiderio: quello di visitare il più presto possibile quei luoghi, prima che la mano dell’uomo contemporaneo riesca a violarne l’unicità e la bellezza.

Lettura consigliata praticamente a tutti, specialmente se siete appassionati di cultura anglosassone. Se avete una leggera infatuazione per la Gran Bretagna, dopo la lettura di questo libro ve ne troverete perdutamente innamorati.

Pistouvi

PISTOUVI

Ho comprato questa graphic novel a Lucca Comics, attirata soprattutto dalla copertina, senza sapere di preciso di cosa si trattasse. Per di più allo stand Tunué c’era anche Bertrand Gatignol che mi ha firmato la copia. Tutto bello, finché qualche giorno fa non mi sono decisa a leggerlo: una cocente delusione. Sicuramente è colpa mia, ma io questa storia non l’ho proprio capita. Ci sarà qualche tipo di simbolismo che cela una transizione verso l’età adulta, come dice qualcuno, ma io proprio non l’ho afferrato. A me è parso un’accozzaglia di elementi buttati a caso, motivo per cui mi sfugge anche la poesia intrinseca celebrata in alcune recensioni. I disegni sono bellissimi, e sono l’unico motivo per cui non mi è venuta voglia di lanciarlo da una finestra.

Insomma, diciamo che non mi sentirei di consigliarne la lettura né ad adulti né a bambini, però se qualcuno dovesse decidere ugualmente di leggerlo, e per caso ne capisse il senso, gli chiedo sinceramente la cortesia di spiegarmelo!

Un abbraccio!

P.s.: se avete consigli su graphic novel che vi sono piaciute particolarmente li accolgo volentieri.

Flush

FlushFlush è stato una scoperta che ho fatto allo stand della Elliot a Più libri più liberi. Infatti non so voi, ma né a scuola né all’università avevo trovato menzione di quest’opera di Virginia Woolf. Sicuramente non è Mrs Dalloway, ma il genio è genio, e una penna di quel calibro non poteva che rendere interessante e originale anche la vita di un cane. Flush, infatti, fu l’amato cocker spaniel della poetessa Elizabeth Barrett Browning, e in queste pagine se ne trovano narrate le vicende di vita. La Woolf non poteva esimersi dal donare profondità anche a questo singolare protagonista, tuttavia la vita interiore che ci presenta risulta assolutamente verosimile per chi condivida, o abbia condiviso, la propria vita con un cane. Valore aggiunto di questo piccolo gioiellino è la prospettiva inedita su uno spaccato di vita di metà ottocento.

Una lettura consigliata a chi ha voglia di leggerezza, magari perché ha acquisito la consapevolezza che “il vero filosofo è chi ha perduto il mantello, ma è libero da pulci.”

Il nostro futuro

Il nostro futuro

 

Il nostro futuro: come affrontare il mondo dei prossimi vent’anni, è la versione italiana, nella traduzione di Bruno Amato per Feltrinelli, del bestseller The Industries of the Future. L’autore, Alec Ross, condivide ciò che ha imparato grazie al suo punto di vista privilegiato come consigliere del dipartimento di Stato americano per l’innovazione al fianco della Clinton segretaria di Stato. Il libro è un’interessantissima immersione in quella porzione di presente che lascia presagire probabili scenari futuri.

Gli argomenti trattati sono i più vari: si passa dalla robotica alla genomica; dalle criptovalute agli utilizzi militari dei codici e al ruolo di Big Data nelle nostre esistenze. Lo scopo non è farci diventare competenti su tutti questi ambiti, ma fornirci una bussola per orientarci in un mondo che sta cambiando a velocità crescente.

Nonostante la materia non sia propriamente familiare per molti di noi, l’esposizione è chiara e snella, il che rende la lettura di questo libro inaspettatamente agevole. Gli scenari che ci presenta sono a volte incoraggianti, in particolare quando si parla dei progressi in ambito medico, e a volte fortemente inquietanti. L’idea di un mondo diviso in distretti in stile Hunger Games, con la Silicon Valley a farci da Capitol City si è presentata alla mia mente fin troppo spesso.

L’intento di Ross è di tipo benefico: vuole far conoscere per  far capire, laddove capire è necessario per sopravvivere. Si potrebbe riassumere nel motto di H.G. Wells, citato nel libro, “adattarsi o perire”. Tuttavia, nonostante le sue migliori intenzioni, personalmente il mondo illustrato mi è apparso il più delle volte distopico, e non nascondo di aver provato un certo senso di disagio durante quasi tutta la lettura. Inoltre, spesso non mi sono trovata d’accordo con le conclusioni di stampo marcatamente liberale cui giunge l’autore, ma questo, in fondo, è un altro discorso.

In conclusione il mio giudizio su questa lettura è molto positivo. Ve lo consiglio fortemente sia che siate dei convinti sostenitori del progresso tecnologico, sia che auspichiate un ritorno alla pastorizia e al baratto. A me è servito ad aprire gli occhi su realtà delle quali non sospettavo neanche l’esistenza, e a rivalutare il peso di altre che pensavo di conoscere, ma delle quali ignoravo la portata.

Perché?

Già, perché un blog?

Negli anni ho imparato che, invece di definirmi schizofrenica, potevo dichiarare con fierezza di “avere una personalità eclettica”. Mi interesso di quasi qualsiasi cosa mi passi sotto il naso, e il mio strumento preferito per soddisfare questa curiosità è da sempre la lettura, i libri. I libri sono belli, sono invitanti, sono sexy. Quante volte vi trovate a fantasticare di trovarvi nel letto con un bel libro? O anche su un divano, una poltrona, una panchina, al mare, in montagna, d’estate o d’inverno. Poche cose sono invitanti come una bella pila di libri.

Quindi perché? Per condividere con qualcuno le mie letture recenti, cercare di dare informazioni e se possibile creare interesse verso un certo libro o la lettura in generale.

Non aspettatevi recensioni sulle ultime uscite, magari ne farò, ma mi piace spaziare nei generi e nelle epoche, per cui, da brava “eclettica”, scriverò un po’ di quello che mi va’!

Spero che vi divertiate, un abbraccio.